L’editoria, l’erba voglio, un cane
Mia madre mi ha insegnato che “Voglio” non si dice, è maleducato. “Cazzo” e “Vaffanculo” non si dicono, sono parolacce, dirle è maleducato. Io cominciavo a pensare che desiderare con forza fosse maleducato. Quindi ho sempre desiderato con educazione. Desiderare con educazione significa desiderare al condizionale. Vorrei. Desiderare al condizionale significa desiderare solo a certe condizioni.
Vorrei un cane.
Lo avrai se ti comporti bene.
Vorrei un bicchiere d’acqua fresca.
Lo avrai se lo sorseggi piano.
L’educazione, capivo, era un limite che si dà ai sentimenti per non cadere nella volgarità del desiderio.
Io quando desidero, dentro, desidero con la volgarità e la forza dell’indicativo. Ma fuori sono educata, metto il vestito buono, la doppia erre, una simulazione di mitezza. Non smetto di desiderare. Non smetto di desiderare anche cose che non dipendono solo da me. Oggi per esempio vorrei un’editoria diversa.
Un’editoria meno umiliante, meno altezzosa, meno degradante, meno onanista, meno cafona, meno egoista, meno ammiccante. Vorrei un’editoria capace di sorridere, e non solo ai giornalisti. Un’editoria che non consideri la gentilezza una prerogativa dei deboli. Un’editoria che ricordi che dietro ogni prodotto editoriale ci sono delle persone. Un’editoria che ricordi che ogni prodotto editoriale arriva a delle persone. Un’editoria che non dimentichi che editoria è conoscenza degli uomini, prima che numeri e frasi ad effetto. Un’editoria che non sia autoreferenziale. Un’editoria che non si compiaccia di essere editoria di nicchia. Un’editoria che significhi qualcosa, o che non significhi niente, ma che almeno lo faccia con classe.
Non so, è possibile? Era meglio continuare a chiedere un cane?
[Maria]